Guida breve alla Biennale di Venezia e agli Spritz economici

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Quando parlo di creatività ricordo spesso quanto sia importante viaggiare ed immergersi totalmente nelle più diverse esperienze possibili.

Venezia offre sempre una buona possibilità per respirare l’aria dell’arte internazionale e, perché no, fare degli ottimi aperitivi.

Ogni due anni arriva il momento di organizzarsi per visitare la Biennale di Venezia. Questa volta ne ho approfittato di ritorno dall’HellFest a Clisson in Francia, un “tranquillo” festival rock, metal e punk.

La Biennale è una delle più importanti esposizioni d’arte contemporanea di tutto il mondo. Si svolge nelle due sedi principali, i giardini e l’arsenale, e in numerosi altri spazi espositivi nella città che ospitano eventi collaterali gratuiti.
La Biennale è davvero grande, per visitarla ci vogliono almeno due giorni, che vanno intervallati da una buona dose di spritz da consumare tassativamente nei bacari più nascosti e suggestivi.

⚠️ Attenzione: Se non vuoi anticipazioni sulla Biennale oppure stai leggendo questo articolo perché hai visto il titolo e ti interessano solo gli aperitivi, puoi saltare il ‘pippone’ sull’arte e cliccare direttamente qui.

Tre opere che non dimenticherò.

Sono molte le opere che valgono il viaggio ed il biglietto per questa grande esposizione, ma tre in particolare hanno attratto la mia attenzione, ve le racconto.

1
Field Hospital X
di Aya Ben Ron, Padiglione Israele, Giardini

Lo spazio del padiglione Israele è stato trasformato per l’occasione in una clinica, con il personale ‘ospedaliero’ che guida i visitatori-pazienti nella cura.

Sono entrata subito nella sala d’aspetto dove, dopo aver preso il numero, ho aspettato il mio turno. Quando è arrivato il mio momento sono andata in reception e mi hanno chiesto di scegliere fra degli argomenti, la mia scelta è caduta su Anti-Transgender Violence.

L’esperienza comincia al piano superiore nella care-area, sono entrata in una piccola stanza, la safe unit, uno spazio sicuro e libero dai giudizi, insonorizzato e senza telecamere, qui una voce mi ha guidata ad urlare. Sì, urlare in tutta libertà. Una cosa che, riflettendoci, poche volte ho potuto fare nella vita. Poi è stato bellissimo vedere come tutti quelli che uscivano dalla stanza stavano sorridendo, che questa sia davvero una terapia?

Non è un caso se il claim di questo progetto è “Here Anyone Can Live Free”.

La seconda parte della cura consiste invece nel sedersi su delle sedie (tipo quelle del dentista) con avanti un monitor per la visione individuale di un video relativo all’argomento scelto all’inizio, per ascoltare storie che hanno bisogno di essere sentite.
E poi mi fermo qui, non voglio spoilerare tutto 🙂

Maggiori info le trovi sul sito della clinica.

2
For, in your tongue, I cannot fit
di Shilpa Gupta, Padiglione Centrale, Arsenale

100 microfoni sospesi al soffitto, trasformati in altoparlanti che fanno ascoltare le parole, lette in diverse lingue, di poeti incarcerati per i loro scritti e le loro idee. Sotto i microfoni delle punte in metallo che trafiggono i fogli con scritte le stesse poesie che si sentono in diffusione.

Anche questa è una installazione site specific, dove le voci a volte si sovrappongono, e camminarci dentro è una semplice ed intensa immersione nelle parole.

Altre immagini sul sito dell’artista.

3
Island Weather
di Mark Justiniani, Padiglione Filippine, Arsenale.

Per guardare quest’opera ho dovuto togliere le scarpe.

Mi sono così ritrovata a passeggiare sospesa su dei mondi inaspettati e dalla profondità infinita, vivendo anche una forte sensazione di instabilità. L’installazione è infatti composta da strutture come “isole” con all’interno oggetti e specchi, camminando sul vetro lo spazio si moltiplica ingannando la percezione dello spazio.

Ho provato a fare un video, ma non rende esattamente l’idea di questa passeggiata surreale.

Lettura consigliata: Il sushi come il design

#ConsiglioGratis

Il padiglione Spritz

Dopo essersi consumati i piedi fra i padiglioni della Biennale e al calar del sole, quando le mandrie di turisti si allontanano dai canali, è il momento per godersi la migliore Venezia.

Perdendosi fra le callette si incontrano zone piene di bacari, piccole trattorie-bar dove è possibile consumare, a costi più che onesti, aperitivi a base di spritz (che come dice la mia amica veneziana Monica, “non deve mai costare più di 3 euro”), ombre (piccoli bicchieri di vino) e cicchetti. Questi ultimi non sono piccoli bicchieri di superalcolici ma degli stuzzichini da mangiare mentre si beve, spesso a base di pesce (una specie di tapas spagnola, ma non ditelo ai veneziani perché si offendono) o come le famose polpette della vedova dell’Osteria Ca’ D’Oro (grazie Elisabetta e Dario per la dritta).

Nei bacari puoi incontrare al bancone la signora di rientro dalla spesa con le buste, l’operaio che si trova già alla quinta ombra, gruppi di studenti. In molti consumano l’aperitivo seduti sui muretti o sui gradini lungo i canali dove puoi ritrovarti tra inaspettati e affascinanti scorci, come da Al Squero che si trova di fronte ad uno degli ultimi squeri (cantieri navali) ancora in funzione.

Per scoprirli tutti vi consiglio questo sito con le mappe divise per SestieriBacaro Tour Venezia.

Spritz + cicchetti di sarde in saor / rape e acciughe - Bacaro Al Squero, Dorsoduro

Non ci può essere una bella vita
dove non c’è buon bere.

Benjamin Franklin
LO SPIEGONE

Perché si chiama Spritz?

La parola viene dal verbo tedesco Spritzen, spruzzare. Durante l’occupazione ottocentesca di Venezia, gli austriaci prendono l’abitudine, per abbassarne il tasso alcolico, di spruzzare in un bicchiere di vino bianco del seltz, acqua minerale fortemente gasata: è nato il vin sprizato, più sbrigativamente lo Spritz.

Fonte: LaStampa – Il sapore perduto del vero spritz veneziano
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Jukuki

Visual designer. Comunica con le immagini, adora i capelli colorati e scrivere di sé in terza persona.

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