Il sushi come il design

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Mi piacciono i documentari, in particolare quelli sul Giappone e sono una “Netflix Addicted “.
Qualche settimana fa l’algoritmo Netflix, che ha imparato ormai a conoscere i miei gusti, mi ha suggerito di vedere Jiro e l’arte del sushi, la storia di Jiro Ono, lo chef di 93 anni (ottantaquattrenne quando è stato girato il documentario) che prepara quello che è considerato il miglior sushi del mondo.

Il suo ristorante si trova a Tokyo, nella stazione metropolitana di Ginza, ha solo 10 posti a sedere al bancone, un pasto dura 15 minuti e il prezzo parte da 30.000 ¥ (circa 250 euro), per avere un posto bisogna prenotare almeno un mese prima.

La preparazione del sushi, pur essendo così semplice, necessita di una grande abilità (no, non sto parlando di quello che mangi all’All you can eat a € 9,90), tanto che agli apprendisti di Jiro è permesso solo dopo 10 anni, passati a massaggiare energicamente polpi per renderli morbidi, di cucinare le uova.

By City Foodsters (Jiro behind the counter) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Durante la visione di questo documentario, accompagnato dalla notevole colonna sonora di Philip Glass, mi ha colpita questa frase:

“Dopo aver deciso il lavoro della tua vita devi immergerti completamente in quella occupazione. Devi innamorarti di quel lavoro e non devi mai lamentarti. Devi dedicare la tua vita ad affinare le tue capacità. Questo è il segreto del successo e la chiave per essere trattati con rispetto.”
– Jirō Ono (小野 二郎 – 27 ottobre 1925)

 

Jiro lavora ogni giorno alla ricerca della perfezione, mantenendo intatta la tradizione giapponese di questa millenaria arte, e non vi presenterà mai una di quelle accozzaglie fusion con maionese e guacamole che troviamo spesso nei nostri ristoranti di sushi. 

La massima semplicità, dice, conduce alla purezza. Ma quando il sushi è davvero perfetto? La risposta ce la daranno i clienti, quelli che lo mangeranno.

 

Che c’entra quindi il sushi con il design?

Jiro osserva le persone sedute al tavolo di fronte a lui, se si accorge che sei mancino ti serve il sushi dal lato giusto, crea porzioni leggermente più piccole per le donne, fa attenzione alla proporzione fra riso e pesce, ogni pezzo di sushi deve essere della giusta grandezza per essere mangiato tutto in un boccone.

Mi piace pensare che Jiro -senza saperlo- si occupi di human-centered design che, detta semplicemente, è la progettazione centrata sulle reali esigenze delle persone. Progettare per le persone significa lavorare, come Jiro, per arrivare alla soluzione più vicina alla perfezione, creare qualcosa che sia sì bello, ma anche adeguato ai bisogni (buono nel caso del cibo) e di qualità.

Un approccio diverso alla progettazione, che tiene soprattutto in considerazione il riscontro degli utenti.
Ma di questo argomento, di sushi e di altre teorie bizzarre vi assicuro che parlerò ancora su questo blog.

Diventare uno Shokunin

Per definire quelli come Jirō, in Giappone, viene utilizzato un termine specifico: Shokunin.
Una traduzione letterale potrebbe essere ‘artigiano’, ma non rende assolutamente il grande significato che sta dietro a questa parola. Essere uno shokunin non si esaurisce nelle capacità tecniche ma va oltre: è un atteggiamento, un modo di essere e un modo di vivere la propria professione, è migliorare il proprio prodotto e migliorarsi ogni giorno di più, è dedizione completa al proprio lavoro e ripetere giornalmente le stesse azioni ma non mancare mai di creatività.

Fonte: sushisenpai.it

Eat this, 2015. ©Jukuki.

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